OSSESSIONE O PRESTAZIONE?

Quando la ricerca e il desiderio della massima prestazione può diventare ossessione?


Innanzitutto definiamo cosa si intende esattamente per ossessione. Il DSM 5 la definisce come pensiero, impulso o immagine ricorrente e persistente che vien vissuta come indesiderata ed intrusiva. Queste caratteristiche possono conclamarsi in quello che viene presentato come disturbo ossessivo-compulsivo in cui la costanza di pensieri e\o compulsioni raggiungono un livello di assiduità che causano un disagio clinicamente significativo, compromettendo la propria vita sociale.


Gli obbiettivi da raggiungere nella stagione agonistica di un atleta comportano indubbiamente un cambiamento nella gestione della propria vita e delle proprie giornate. Ma quanto ciò può diventare pericoloso per il proprio equilibrio psichico? Quando la continua assiduità di pensieri rivolti alla prestazione (allenamento, gesto tecnico, gare) può diventare, come dice il DSM5, intrusivo, automatico e indesiderato? Generalmente non c’è nulla di male nell’ impegno costante per il raggiungimento di un obbiettivo sportivo, anzi fa parte del turn-over dell’atleta agonista, ma nell’esperienza sportiva di diversi atleti, compresa la mia da ex atleta professionista, si è dichiarato come il livello di frustrazione, qual’ ora non si raggiunga la prestazione sperata, sia proporzionale a quanto quotidianamente si pensi agli impegni agonistici. In questi casi il pensiero riguardo al gesto tecnico, all’allenamento (es: cosa avrei potuto o non potuto fare?), continua al di fuori della seduta di allenamento compromettendo il benessere della vita quotidiana. Più l’esistenza delle proprie giornate è focalizzata solo ed esclusivamente sull’obbiettivo più questi fenomeni tenderanno a presentarsi.


E’ importante distinguere a riguardo il concetto di autostima, quello che pensiamo di noi a prescindere dal risultato che otteniamo, e di autoefficacia, ossia quanto ci reputiamo in grado di raggiungere un obbiettivo o di fare una determinata cosa. Questo permette già di attenuare le ipotetiche frustrazioni, dovute al non raggiungimento dell’obbiettivo, perchè scindiamo l’attività sportiva dalla nostra identità personale. Infatti quando la prestazione si interseca con l’autostima ci sono le basi per uno sconforto che colpisce l’atleta interamente. Più la prestazione sarà inglobata nell’autostima più si avrà ampia probabilità di esserne ossessionati. Del resto le ossessioni e compulsioni hanno lo scopo di difenderci da delle angosce personali e nel caso dell’atleta la convinzione di non valere mai abbastanza.


Grandi insegnamenti orientali dicono che meno desideriamo più siamo sereni perché non schiavi assidui del desiderio, visto che ciò che desideri e possiedi alla fine ti possiede. Dall’altra parte della medaglia è anche vero che per raggiungere un obbiettivo dobbiamo essere motivati e che senza motivazione sarebbe impensabile sottoporsi a stress fisici e mentali con cui ogni atleta condivide la propria quotidianità. Ma allora come integrare queste due prospettive senza che la prestazione diventi un’ ossessione compromettendo il benessere dell’atleta?


Da Psicologo nello sport è importante prima di tutto distinguere molto chiaramente nell’atleta, con un percorso personale, il concetto di autostima e di autoefficacia cosi che sia protetto da sconforti eccessivi che lo vadano a ledere profondamente. E’ importante poi aiutare l’atleta nel vivere il presente disciplinando la mente con esercizi propedeutici (mindfullness) così che i pensieri dell’allenamento saranno solo svolti in allenamento. Altra cosa che consiglierei è quella di coltivare passioni, interessi, hobby, amicizie e relazioni così che la vita dell’atleta sia incentrata non solo esclusivamente sulla prestazione ma anche su altri pilastri che risultano essere utili quando uno è instabile. In ultima direi che nulla può essere così importante da ledere il nostro benessere perchè esso deve essere la priorità personale, oltre che il presupposto per il raggiungimento ottimale della prestazione. Questa è una convinzione che l’atleta dovrebbe avere affiancandolo con un percorso psicologico incentrato sul suo benessere ed equilibrio psichico.